MIELE DI QUALITA': TECNICHE DI PRODUZIONE E LAVORAZIONE

Lucia Piana

testo pubblicato in: Pinzauti M. (a cura di) Temi di apicoltura moderna. 1994, Regione Toscana (pg 210-223)


1. La produzione

 

            Le normali tecniche di conduzione degli alveari sono, in pratica, finalizzate direttamente (spostamenti sui luoghi di produzione, aumento dello spazio interno necessario per lo stoccaggio del miele e raccolta) o indirettamente (per esempio, pratiche per favorire lo sviluppo precoce delle famiglie, controllo della sciamatura, nutrizione di sostentamento, controllo delle malattie e delle parassitosi) alla produzione di miele.

 

            Una produzione quantitativamente importante si basa su colonie che siano formate dal massimo possibile di api adulte al momento del raccolto, che, tuttavia, non deve essere utilizzato dalla colonia stessa per un ulteriore sviluppo, che non sarebbe utile alla fine del flusso nettarifero. Le tecniche che tendono a produrre queste condizioni variano quindi notevolmente a seconda dell'ambiente in cui l'apicoltore opera. All'inizio del flusso nettarifero viene fornito alla colonia spazio per la deposizione del nettare raccolto sotto forma di melari o ulteriori corpi d'arnia, eventualmente separati dal nido con griglia escludi regina. A raccolto conclusosi (o quando i melari sono pieni) i melari vengono prelevati utilizzando un idoneo sistema per eliminare le api da questi. Il metodo più semplice consiste nel prelevare i favi uno per uno, eliminando le api che li ricoprono scuotendoli e spazzolandoli. Un sistema alternativo consiste nell'interporre tra nido e melari da prelevare un diaframma fornito di un dispositivo che permetta il passaggio delle api in un solo senso  (apiscampo) in modo che, nel giro di un giorno, i melari sono liberi da api e possono essere prelevati. Un altro sistema molto utilizzato, ma poco consigliabile, per le possibili conseguenze negative sulla qualità del miele, consiste nell'uso di repellenti chimici (acido fenico, benzaldeide, nitrobenzene). Questi vengono spruzzati su superfici assorbenti che vengono messe al posto dei coprifavi. I vapori che se ne sprigionano obbligano le api ad allontanarsi (verso il nido) e rendono i melari liberi da api in pochi minuti. Una tecnica più moderna e altrettanto rapida è costituita dall'uso di un generatore di corrente d'aria (soffiatore) con il quale le api vengono espulse forzatamente dai melari.

 

            Alcuni dei parametri qualitativi del miele dipendono direttamente dalle tecniche di produzione adottate. Alcuni di questi vengono riassunti nella tabella 1.

 

            L'aspetto di interesse più generalizzato è senz'altro il contenuto d'acqua, dal quale dipende la conservabilità del miele (più basso, più sicura). Anche se il contenuto d'acqua può essere modificato successivamente alla raccolta dei melari, la pratica più diffusa resta quella di estrarre dagli alveari solo il miele che abbia raggiunto il giusto grado di maturazione. Per ottenere ciò è indispensabile fornire alle colonie un numero di melari proporzionato all'intensità del raccolto. Il prelievo deve essere effettuato a fine raccolto o se questo non è consigliabile per altri motivi, bisogna aggiungere ulteriori melari tra quelli pieni e il nido, alcuni giorni prima del prelievo, in modo da raccogliere solo il miele che sia già stato adeguatamente concentrato. In genere il miele è maturo quando si trova in favi completamente o quasi completamente opercolati. Si deve evitare di raccogliere favi in cui sia stato appena deposto del nettare fresco, che, con il suo elevato tenore di umidità può "diluire" a livelli di rischio l'intera partita. In alcuni casi, tuttavia, gli sforzi dell'apicoltore non sono sufficienti ad assicurare la produzione di mieli con umidità ottimale. E' il caso degli ambienti in cui l'umidità ambientale resta sempre a valori molto elevati; è possibile allora intervenire in altro modo per assicurare al miele un'adeguata conservabilità (vedi più avanti).


Tabella 1: tecniche apistiche che possono produrre effetti negativi sulla qualità del miele.

 

Tecnica apistica

Possibile danno al miele

Posizionamento degli alveari in zone densamente urbanizzate o industrializzate o comunque soggette a forte inquinamento ambientale (anche da pesticidi per uso agricolo)

Contaminazione del miele con residui di sostanze nocive alla salute o con sostanze zuccherine diverse da nettare e melata

Utilizzo improprio di sostanze antibiotiche o disinfestanti per combattere o prevenire avversità delle api

Contaminazione del miele con residui di dette sostanze

Utilizzo di sostanze organiche quali naftalina o p-diclorobenzolo per la protezione dalla tarma della cera dei favi immagazzinati

Contaminazione del miele con residui di dette sostanze

Utilizzo di repellenti chimici per allontanare le api dal melario

Contaminazione del miele con residui di dette sostanze

Utilizzo di fumo inadeguato per quantità o tipo di materiale combusto

Odore e sapore di fumo del miele prodotto, impurità microscopiche di fuliggine

Utilizzo di favi vecchi e scuri e che abbiano contenuto covata

Miele con colore più scuro, odore "di favo", acidità più elevata, invecchiamento più rapido

Utilizzo di favi da melario contenenti residui di miele dell'anno precedente

Miele con contenuto in lieviti elevato e quindi maggiormente soggetto a fermentazione; cristallizzazione prematura di mieli tendenzialmente liquidi

Prelievo dei favi durante il flusso nettarifero

Eccesso di umidità

Prelievo di favi non completamente opercolati

Eccesso di umidità

 

            Un altro aspetto qualitativo che sta assumendo sempre maggiore importanza in relazione all'evoluzione dei consumi, riguarda l'origine botanica del miele, con particolare riferimento ai mieli uniflorali. Sono sempre più richiesti mieli che, derivando per la maggior parte da un'unica fonte nettarifera, possiedono caratteristiche di composizione e, soprattutto, di aspetto, odore e sapore, particolari e tipici dell'origine. Le tecniche di produzione dei mieli uniflorali si basano sulla possibilità di mantenere separato dai raccolti che lo precedono e che lo seguono un nettare che sia prodotto in quantità economicamente interessante. Si fa largamente uso, per questo, della pratica del nomadismo; gli spostamenti, la posa e il prelievo dei melari devono essere effettuati con particolare tempestività. Si deve sorvegliare inoltre che le scorte di miele presenti nel nido non siano tali (per quantità o qualità) da "inquinare" il raccolto uniflorale. Ma anche se non è possibile o non è commercialmente utile dedicarsi alla produzione di mieli unispecifici, le caratteristiche organolettiche (aspetto, colore, odore e sapore) del miele prodotto sono tra gli elementi che più ne determinano il pregio commerciale. E' quindi sempre consigliabile evitare (o limitare o cercare di isolare) i raccolti che diano prodotti scarsamente graditi, a vantaggio dei nettari più pregiati.

 

2. L'estrazione

 

            Il miele nei melari, in attesa di essere estratto, deve già essere considerato un prodotto alimentare. Dal punto di vista igienico il miele è un prodotto estremamente resistente, essendo in grado di inattivare la quasi totalità dei microrganismi che accidentalmente vi vengano introdotti. Anche se il miele non subisce alterazioni microbiche (fermentazione a parte) e non può costituire un veicolo di microrganismi patogeni, perlomeno nella maggior parte delle normali condizioni di utilizzo, questo non vuol dire che si debba dimenticare la sua natura alimentare e non attuare le normali norme igieniche, per prevenire contaminazioni con materiali diversi nonché quelle microbiche e chimiche potenzialmente pericolose per la salute umana. Questa considerazione generale deve essere tenuta presente in qualsiasi fase della produzione e trasformazione del prodotto. Il miele ancora contenuto nei melari è particolarmente esposto a tutti i tipi di contaminazione, offrendo una superficie di contatto enorme all'ambiente esterno. L'aria umida, il trasporto senza protezione su strade sterrate, il contatto con il suolo, l'esposizione ad insetti ed altri animali risultano per questo notevolmente pregiudizievoli per la sua qualità. Ma questi aspetti sono altrettanto importanti anche nelle fasi successive di lavorazione. L'ambiente in cui si opera e in cui si immagazzina il prodotto in attesa di uteriore trasformazione deve permettere la protezione da questi inconvenienti. Di particolare importanza la natura dei materiali e dei recipienti utilizzati per la lavorazione e la conservazione, che devono essere mantenuti puliti e costruiti in materiali idonei a venire in contatto con un alimento di natura acida, quale il miele, senza cedere sostanze pericolose o che possano conferire al miele sapori estranei. L'acciaio inossidabile è il materiale che meglio risponde ai requisiti sopra elencati.

 

            La disopercolatura è la prima fase della lavorazione vera e propria. Consiste nell'eliminare lo strato di cera che chiude le cellette contenenti il miele. Viene effettuata con l'ausilio di coltelli, che possono essere anche riscaldati per facilitare l'operazione, o con disopercolatrici semi o completamente automatiche, dotate di lame o catenelle che tagliano o frantumano la cera. Le disopercolatrici automatiche a catenelle, utilizzate in prevalenza da chi possiede un elevato numero di alveari, presentano l'inconveniente di sbriciolare la cera molto di più degli altri sistemi "a taglio"; devono essere seguiti da sistemi di purificazione del prodotto particolarmente accurati. Le più fini particelle di cera prodotte da questo tipo di disopercolatura possono però restare ugualmente inglobate nel miele e essere causa di una leggera torbidità e di una più rapida cristallizzazione, caratteristiche che verranno considerate difetto nei mieli da commercializzarsi allo stato liquido.

 

            L'estrazione vera e propria viene condotta per mezzo di smelatori centrifughi, di dimensioni diverse secondo il tipo di attività, manuali o automatici, in cui i favi vengono caricati uno a uno o per mezzo di appositi cestelli o negli stessi melari. Con questi dispositivi il miele viene fatto uscire per forza centrifuga e i favi restano disponibili per il successivo raccolto. Il miele può essere estratto completamente solo se sufficientemente fluido e questo avviene di norma se la sua temperatura è vicino ai 30°. Anche gli smelatori e le altre attrezzature con le quali il miele viene a contatto in queste prime fasi di lavorazione (banco per disopercolare, coltelli, griglie, recipienti) dovranno essere in materiale idoneo al contatto con questo alimento.

 

            Una purificazione per eliminare le particelle di cera, le altre impurità e le bolle d'aria che si sono miscelate al miele durante l'estrazione deve obbligatoriamente seguire. Viene attuata con due tipi di tecnica: la decantazione e la filtrazione.

 

            La decantazione consiste nel lasciare il miele a riposo in un adeguato contenitore, abitualmente e impropriamente detto "maturatore", in modo che le impurità, dotate di un diverso peso specifico, si separino dalla massa del miele. Si concentrano in superficie (cera, insetti e parti di insetti, materiali organici di varia natura, bolle d'aria) o sul fondo (particelle minerali e metalliche), da dove possono agevolmente essere eliminate. La velocità di decantazione varia a seconda del tipo di impurità (più piccole, più lenta la migrazione), delle dimensioni del recipiente di decantazione e della viscosità del miele, che a sua volta dipende dal suo contenuto d'acqua e dalla temperatura. A temperature di 25 - 30° C la decantazione avviene in maniera relativamente veloce (da alcuni giorni a un paio di settimane) nella maggior parte dei casi. La decantazione può diventare problematica nel caso di mieli particolarmente viscosi (a basso contenuto d'acqua) o quando la temperatura si abbassi o per mieli a rapida cristallizzazione: in questi casi è necessario ricorrere a un leggero riscaldamento dell'ambiente di decantazione, in modo che la temperatura del miele si mantenga vicino ai 30° C. La decantazione può essere accelerata da particolari dispositivi (vasche di decantazione) in cui il miele viene scaldato a temperature superiori e costretto a seguire un percorso durante il quale le impurità vengono progressivamente trattenute. La decantazione ha il vantaggio di eliminare anche la schiuma e le bolle d'aria e, se si raccoglie la produzione in recipienti di grosse dimensioni, di uniformarne le caratteristiche. Lo svantaggio principale consiste nel costo degli idonei recipienti e nell'immobilizzazione del prodotto. Contrariamente a quanto abitualmente si pensa, la sosta nel maturatore non permette di ottenere, in genere, miglioramenti del contenuto d'umidità. Alla superficie del miele si produce uno scambio di umidità con l'ambiente, ma perché questo sia a favore del prodotto, e non a suo detrimento, occorre che l'umidità relativa dell'aria sia inferiore a 60 %, cosa che si verifica piuttosto raramente nei nostri climi, in ambienti non riscaldati o condizionati artificialmente. Anche il movimento delle impurità e delle bolle d'aria verso la superficie non viene modificato dalla presenza di un coperchio o meno: per questo si consiglia sempre di provvedere alla chiusura, con un opportuno coperchio a tenuta, del maturatore stesso.

 

            La filtrazione viene utilizzata in alternativa o in aggiunta alla decantazione (rendendo quest'ultima più rapida) ma è anche il sistema più utilizzato per purificare il miele negli impianti di trasformazione, dove non è pensabile l'immobilizzazione del prodotto connessa con la decantazione. Le unità di filtrazione sono costituite da semplici "filtri a sacco" in rete di nylon o da dispositivi analoghi in rete metallica. La caratteristica comune consiste nel fatto di avere un'ampia superficie di filtrazione e di poter essere utilizzati in immersione, per evitare di inglobare aria e in modo che le impurità, rimanendo in sospensione all'interno del sacco, ne ostruiranno i pori in tempi molto più lunghi. I più comuni hanno pori del diametro di 0,1 - 0,2 mm. Per questo tipo di filtrazione è necessario che la temperatura del miele sia attorno ai 30° C. Una filtrazione su dispositivi con porosità più piccola, oltre a richiedere condizioni più energiche (temperature più elevate o pressione), è vietata dalle legislazione europea, in quanto tratterrebbe anche i granuli pollinici che vengono invece considerati parte del miele stesso e renderebbe impossibile risalire all'origine geografica e botanica del miele attraverso l'analisi microscopica. La normale filtrazione con filtro a sacco non permette di eliminare le bolle d'aria (che devono comunque essere eliminate per decantazione), né le piccole impurità minerali ("puntini neri") che sono imputabili a carenze igieniche nelle prime fasi di lavorazione (melari appoggiati per terra, materiali sporchi e impolverati ecc.) e che hanno diametro inferiore alla porosità del filtro. Parlando pulizia del miele si può aggiungere che, oltre a un idoneo sistema di eliminazione delle impurezze "intrinseche" (cera e aria), l'apicoltore deve soprattutto curare di non immetterne altre con operazioni inopportune o maldestre. Filtrazione e decantazione possono (e lo sono spesso) essere utilizzati in successione.

 

            Entrambi questi processi di purificazione possono essere utilizzati solo per i mieli liquidi: è per questo consigliabile attuarli immediatamente dopo l'estrazione, quando il miele è naturalmente in questo stato e alla temperatura ideale per attuarli in maniera rapida ed efficiente. Negli impianti di trasformazione è spesso indispensabile procedere alla purificazione di mieli sporchi è già cristallizzati. In questi casi si deve procedere ad una fusione completa del prodotto: questa operazione, anche se condotta con le dovute precauzione, comporterà comunque un deterioramento, per quanto ridotto, di alcune caratteristiche del prodotto, oltre ad avere un costo non trascurabile.

 

            Il miele estratto e purificato è pronto per l'utilizzo. La tecnologia di preparazione non si esaurisce però qui. Le altre tecniche sono connesse con la preparazione di prodotti finiti di aspetto costante e gradevole, o con la prevenzione dell'unico possibile inconveniente di conservazione, la fermentazione. Si può però dire che il miele migliore, alla luce di quanto conosciamo sulla sua composizione e di quanto giornalmente sperimentiamo sulle sue caratteristiche organolettiche, è quello meno "manipolato" e più "fresco". Questo non vuol dire condannare d'ufficio ogni tecnica di trasformazione o ogni passaggio aggiuntivo tra il favo e la tavola del consumatore; significa invece adottare una filosofia del "minimo danno" o del "miglior compromesso" che ci permetta di dare al consumatore un miele che lo soddisfi da tutti i punti di vista e che sia il più simile possibile al prodotto che le api avevano immagazzinato nelle celle.

 

3. Il riscaldamento

 

            Per molte delle tecniche descritte in seguito si rende necessario un riscaldamento del prodotto, finalizzato alla diminuzione della viscosità, allo scioglimento dei cristalli, alla concentrazione del prodotto, alla sua stabilizzazione microbiologica o fisica. In ogni caso il calore, comunque applicato, ha un effetto negativo sul miele, in termini di perdita di sostanze termolabili, proporzionale alla temperatura raggiunta dal prodotto e al tempo. Il concetto di base è quindi di limitare l'uso dei trattamenti termici alla temperatura più bassa e al tempo più breve compatibile con l'obiettivo tecnico che si vuole raggiungere. La particolarità del miele infatti risiede nel fatto che deve le sue caratteristiche al nettare dei fiori che, grazie all'attività delle api, viene reso disponibile al cunsumo umano. Il suo pregio consiste quindi non tanto nella sua composizione principale, che è simile a quella di altri prodotti zuccherini trasformati più economici (zuccheri diversi, melasse, marmellate), ma nei componenti minori, derivanti direttamente dai fiori e dalle api, che gli conferiscono caratteristiche (aroma, gusto e, probabilmente, proprietà biologiche) diverse, e che sono purtroppo, termolabili e instabili nel tempo. Questo concetto è alla base della definizione legale e dell'uso del miele in Europa, che tende a distinguere e tutelare il miele rispetto agli altri alimenti zuccherini, ma, nello stesso ne prescrive l'uso in uno stato in cui le caratteristiche peculiari siano conservate al meglio (miele "fresco"). Questa premessa è fondamentale per capire i principi che regolano i processi di preparazione del miele per il consumo umano, altrimenti certe precauzioni (relative al riscaldamento e alla conservazione) che vengono suggerite sembrerebbero delle inutili complicazioni.

 

            Il riscaldamento del miele, alla luce di quanto detto sopra, deve essere effettuato con determinate cautele. La sua ridotta conducibilità termica, inoltre, si oppone ad un uniforme riscaldamento e l'uso di sorgenti di calore a temperature elevate (fiamma o bagno maria bollente) provoca sempre un'alterazione importante delle sue caratteristiche. Negli impianti moderni, per il riscaldamento del miele necessario per diminuirne la viscosità e facilitare così le operazioni che richiedono lo scorrimento del prodotto (decantazione, filtrazione, pompaggio, miscelazione, invasettamento) e per la fusione dei cristalli si usano quindi sistemi in cui la sorgente di calore è di soli pochi gradi superiore alla temperatura alla quale si vuole portare il miele. Per il riscaldamento e la fusione di miele contenuto in recipenti per l'ingrosso si usano camere a circolazione d'aria calda o bagnomaria termostatati a temperature comprese tra i 35 e i 50° C. I tempi di riscaldamento e fusione sono in relazione al tipo di miele e alla capacità dei recipienti utilizzati (vedi tab. 2). La fusione può essere completata in grandi recipienti dotati di un sistema di riscaldamento (intercapedine o serpentina a circolazione di acqua calda) e di uno di miscelazione (miscelatore a elica o pompa a ricircolo) per facilitare lo scambio termico. In effetti negli impianti di trasformazione il miele viene prima preriscaldato e parzialmente rifuso in camera calda e quindi se ne completa la fusione nelle vasche di miscelazione. Un notevole risparmio di tempo si può attuare, senza rischiare di surriscaldare il miele, utilizzando camere calde termostatate a temperatura di 60 - 70° C in cui i fusti di miele cristallizzato vengono messi aperti e rovesciati su griglie o piani inclinati, in modo che il miele, non appena abbastanza fluido, esce dai fusti e si raccoglie in una vasca di raccolta, dalla quale viene pompato all'esterno, prima che raggiunga temperature elevate. Un'alternativa per quantità più ridotte, è costituita da resistenze elettriche, delle dimensioni dei fusti stessi, che penetrano nel miele solido, man mano che questo si scioglie.

 

 

Tabella 2 Tempi di fusione in camera calda per un miele a cristallizzazione fine, con tenore d'acqua pari a 17,5 % a seconda della capacità dei recipienti e della temperatura dell'aria (Jeanne, 1985)

 

Capacità dei recipienti

40° C

45° C

50° C

20 kg

24 ore

18 ore

16 ore

50 kg

48 ore

36 ore

24 ore

80 kg

108 ore

72 ore

60 ore

300 kg

-

108 ore

72 ore

 

4. Prevenzione della fermentazione

 

            La prevenzione della fermentazione presenta ulteriori problemi tecnologici. Questa è l'unica alterazione microbiologica che il miele può subire ed è dovuta alla presenza di lieviti che trovano nelle soluzioni zuccherine concentrate il loro ambiente di sviluppo ideale (lieviti osmofili). Questi sono sempre presenti nel miele, in quanto derivano dal nettare e, soprattutto, dall'interno dell'alveare, ma provocano danni evidenti nel prodotto solo quando possono moltiplicarsi e produrre così una fermentazione evidente del glucosio del miele, con produzione di alcol, acidi e anidride carbonica che si sviluppa sotto forma di gas. Non tutti i mieli sono ugualmente predisposti a sostenere la moltiplicazione di questo tipo di microrganismi. Il contenuto d'acqua è il parametro più importante: nei mieli che contengono meno del 18,0 % d'acqua la fermentazione è improbabile (o addirittura impossibile al di sotto del 17,1 %). Al di sopra di questo limite la fermentazione è tanto più probabile e tanto più rapida quanto maggiore è il contenuto d'acqua e di come si combinano le altre condizioni predisponenti (contenuto iniziale di lieviti, contenuto di sostanze di crescita, temperatura, distribuzione e disponibilità dell'umidità contenuta, in relazione alla cristallizzazione). La prevenzione della fermentazione può essere attuata attraverso sistemi di conservazione (stoccaggio per tempi ridotti o al freddo) ma soprattutto per mezzo di opportune tecniche di produzione. Il primo metodo consiste nell'attuare tutte le precauzioni possibili per cercare di estrarre solo mieli con un contenuto d'acqua inferiore al 18,0 %. Se questo non è possibile esistono varie tecniche per ridurre il contenuto d'acqua dei mieli troppo umidi per mezzo di un'evaporazione forzata. Sono di più facile realizzazione sul miele ancora contenuto nei favi, quando il rapporto superficie/massa è favorevole ad uno scambio rapido di umidità con l'ambiente circostante. Buoni risultati si ottengono facendo circolare tra i favi contenuti nei melari una corrente di aria calda (a temperatura non superiore a 35° C) prodotta con un opportuno sistema (caldaia, ventilatore e termostato). In 24 ore si hanno diminuzioni di umidità dell'1 - 3 %. Indispensabile è lo smaltimento dell'aria carica di umidità che esce dalla pila di melari sottoposti al procedimento, con un opportuno sistema di aspirazione. Analoghi risultati possono essere ottenuti con macchine deumidificatrici (che sottraggono umidità dall'ambiente). In questo caso i melari devono essere posti in un ambiente ridotto e isolato dall'aria esterna, perché il processo di deumidificazione si svolga a carico del miele e non dell'ambiente esterno. Entrambi i sistemi possono essere adattati alla concentrazione del miele già estratto dai favi: in questo caso si deve costruire una struttura che permetta di esporre adeguatamente il miele alla corrente d'aria calda (che può essere più calda delle temperature imposte al trattamento del miele in favo) o all'ambiente secco generato dal deumidificatore. Il miele, per esempio, può essere fatto scorrere su un piano inclinato, o fatto cadere in sottili rivoli o distribuito sulla superficie di dischi rotanti o continuamente rimescolato. Ultima alternativa, di tipo industriale, l'utilizzo di impianti di concentrazione sottovuoto, adattati da quelli di comune uso nell'industria conserviera per i succhi vegetali (succhi di frutta, concentrato di pomodoro, confetture), che possono operare in maniera estremamente efficiente a temperature inferiori a 45° C. I mieli concentrati con questi sistemi, se ben usati per prodotti in cui il processo di fermentazione non sia ancora cominciato, non subiscono degradazioni consistenti.

 

            L'altra famiglia di sistemi di prevenzione della fermentazione si basa sull'inattivazione dei lieviti. L'inattivazione dei lieviti viene fatta con il calore (pastorizzazione): per distruggere i lieviti osmofili è necessario un riscaldamento a 60 - 65° mantenuto per qualche minuto. Simili condizioni di trattamento possono essere attuate solo con sistemi industriali che permettono un rapido scambio termico in modo da mantenere il miele a temperatura elevata solo per il tempo strettamente indispensabile (scambiatori di calore in strato sottile, a tubi o a piastre). Generalmente questi processi di pastorizzazione vengono attuati con il duplice scopo di prevenire la fermentazione e di favorire la conservazione del miele allo stato liquido: in questo caso, il trattamento viene attuato alla temperatura di 77 - 78° C per 5 - 7 minuti, immediatamente prima dell'invasettamento.

 

            Una volta che la fermentazione abbia prodotto dei danni evidenti nel miele, non è più possibile rimediare e recuperare il prodotto a una qualità accettabile. Il miele fermentato non può essere commercializzato per l'uso diretto (come miele da tavola), non tanto perché sussistano dei problemi di tipo sanitario, quanto perché si tratta di un prodotto degradato, instabile e quindi di qualità inferiore. Ne è permesso invece l'utilizzazione industriale ("miele per industria" o "miele per pasticceria"), in prodotti trasformati: in realtà sono ben poche le aziende alimentari che accettano un tal tipo di prodotto. Risulta quindi indispensabile individuare i prodotti predisposti alla fermentazione (con la misura del contenuto di umidità) precocemente e operare con uno dei sistemi sopra descritti prima che le alterazioni abbiano luogo.

 

5. La preparazione di miele liquido

 

            La preparazione del miele per il mercato deve confrontarsi con la tendenza naturale di molti mieli a cristallizzare. A livello commerciale i produttori affrontano il problema in diverse maniere. Se l'aspetto del miele non rappresenta un fattore limitante, non viene preso nessun provvedimento particolare e il miele viene commercializzato così come spontaneamente si trova. E' comunque utile cercare di evitare che il prodotto subisca delle trasformazioni evidenti durante il periodo di commercializzazione (per esempio che cristallizzi durante la commercializzazione), in quanto ogni cambiamento viene visto dal consumatore con sospetto; inoltre si compie al di fuori del controllo del produttore. Per altri mercati il miele viene rigorosamente presentato allo stato liquido e, per questo, risulta spesso necessario rifonderlo o trattarlo per prevenire la cristallizzazione. In alternativa, si cerca di accelerare la cristallizzazione per poterlo presentare in modo costante e con caratteristiche gradevoli sia per l'aspetto che per l'utilizzo.

 

            Alcuni mieli si mantengono naturalmente liquidi per molto tempo, per esempio se il loro contenuto di glucosio è naturalmente basso (miele di robinia, di castagno, melata di abete) o se il contenuto d'acqua è elevato o se vengono conservati costantemente a temperature superiori ai 25° C. Queste ultime due condizioni sono però in contrasto con una buona conservazione del prodotto e non sono quindi utilizzabili per prolungare il tempo di vita allo stato liquido.

 

            Tra le soluzioni comunemente adottate per commercializzare allo stato liquido mieli che siano cristallizzati, quella di rifonderli completamente (a 40 - 50° C) poco prima della vendita è tra le più adottate. La fusione può essere fatta prima o dopo l'invasettamento, ma la seconda soluzione è, agli effetti dei risultati, molto più efficace, in quanto è più facile controllare che la fusione sia stata completa e viene escluso il rischio di ri-innescare precocemente la cristallizzazione con le manipolazioni del prodotto successive alla fusione. Il mantenimento dello stato liquido, dopo una rifusione di tal tipo, è variabile a seconda delle caratteristiche del miele e della temperatura di conservazione. Per i mieli che abbiano poco glucosio (rapporto glucosio acqua inferiore a 1,8) la durata è soddisfacente. Per i mieli con più forte tenore in glucosio, il tempo di vita è proporzionalmente più breve. E' da evitare una ulteriore rifusione, anche perché i grossi cristalli che si formano nei mieli riscaldati richiedono una maggiore quantità di calore per la rifusione completa. A livello di degradazione del prodotto un riscaldamento a 40° C per un giorno con finalità di fusione è molto meno grave di una conservazione prolungata per mesi a temperature che inibiscano la cristallizzazione (superiori a 25° C).

 

            A livello industriale vengono utilizzate tecniche di preparazione più complesse, che oltre a sciogliere i cristalli presenti, ritardano la ricristallizzazione e possono per questo essere utilizzate anche per mieli con un contenuto medio di glucosio. In primo luogo i mieli vengono selezionati e miscelati per ottenere prodotti con caratteristiche costanti e con tenore in glucosio non eccessivo. vengono esclusi mieli quali la colza, il girasole e i mieli di Composite in genere; Gonnet (1977) consiglia di adottare questo sistema solo per i mieli che abbiano un contenuto di glucosio inferiore a 35 % e un rapporto glucosio/acqua inferiore a 2. Il miele viene parzialmente fuso in camera calda, trasferito in vasca riscaldata dove viene miscelato e fuso pressoché totalmente, quindi filtrato e successivamente sottoposto ad un breve riscaldamento a temperatura elevata (pastorizzazione a 78° C per 5 - 7 minuti) con uno scambiatore a strato sottile. Questo, assieme al successivo, è il passaggio chiave del trattamento, in quanto il riscaldamento a temperatura elevata, oltre a distruggere i lieviti presenti, scioglie anche i microcristalli di glucosio che potrebbero, in seguito, ri-innescare la cristallizzazione. Prima del raffreddamento il miele caldo può essere filtrato in maniera più o meno "spinta". Una filtrazione che elimini tutte le particelle solide microscopiche contenute nel miele è vietata nei Paesi europei, in quanto si ritiene che questo tolga al miele una parte delle sostanze che ne determinano il pregio e perché impedisce, di fatto, il controllo dell'origine geografica e botanica del miele, attuabile attraverso l'identificazione degli elementi microscopici in esso naturalmente contenuti. E' invece abitualmente utilizzata negli USA, in quanto conferisce al miele da commercializzarsi liquido una maggiore limpidità e brillantezza e contribuisce a prevenirne la cristallizzazione. Viene attuata sotto pressione, con filtri a cartuccia o, dove questo è permesso, con filtri a cartoni o filtri pressa, eventualmente con l'uso di un adiuvante di filtrazione. Un passaggio in una stazione di disaereazione sottovuoto contribuisce a prevenire i rischi di ricristallizzazione, oltre a eliminare la formazione dell'antiestetico colletto di schiuma nel prodotto invasettato. In seguito il miele viene raffreddato alla temperatura di invasettamento (57° C secondo la "scuola " americana, Townsend, 1975, 35° C secondo quella europea, Gonnet, 1977), sempre per mezzo di scambiatori di calore a strato sottile e invasettato, in vasi lavati o puliti a secco. Un ulteriore passaggio che, secondo alcuni autori americani, contribuirebbe a prolungare la vita allo stato liquido è costituito da un raffreddamento rapido del prodotto invasettato e una conservazione di questo per 5 settimane a 0° C, prima dell'immissione sul normale circuito commerciale. Anche con questo tipo di trattamento i risultati sono variabili, in termini di conservazione allo stato liquido, ma più costanti e prolungati. Il passaggio critico del processo è rappresentato dalle fasi che seguono la pastorizzazione: tutti i movimenti (miscelazioni, turbolenze, scorrimenti, vibrazioni) o disturbi (attriti nell'invasettatrice, inglobamento d'aria, polvere dei vasi) che il prodotto liquido subisce tendono a ri-innnescare la cristallizzazione.

 

            La preparazione per il mercato di mieli con contenuto di glucosio "normale" che si mantengano liquidi a lungo comporta sempre passaggi di riscaldamento che contrastano con la filosofia del prodotto "fresco". Il prodotto liquido e limpido ha d'altra parte un'attrattiva estetica e una praticità d'uso che sono difficilmente negabili: di qui il compromesso tra aspetto e gusto, tra praticità e composizione. I processi sopra descritti devono essere applicati in maniera rigorosa solo su prodotti che presentino dei valori di composizione ottimali, pena il rischio di ritrovarsi con miele fortemente degradato e al di fuori dei limiti prescritti per il miele da tavola. Se le tecniche sono ben applicate, invece, le trasformazioni rimangono largamente entro il consentito.

 

6 Le tecniche di cristallizzazione guidata

 

            In alternativa al miele liquido sono state sviluppate delle tecniche che permettono di guidare la naturale tendenza a cristallizzare del miele verso prodotti finiti completamente cristallizzati, stabili, omogenei, di aspetto gradevole, di consistenza cremosa e graditi al consumatore. Il maggior interesse di questo tipo di tecniche risiede nel fatto che i trattamenti che si rendono necessari per ottenere dei prodotti soddisfacenti non richiedono, contrariamente a quanto avviene per i mieli liquidi, trattamenti che contrastano con il mantenimento delle caratteristiche ottimali del miele. Su piccola scala possono essere ottenuti anche con attrezzature semplici, la cui complessità aumenta in relazione alle quantità di prodotto da trattare.

 

            Il principio di base consiste nell'accelerare la cristallizzazione spontanea aggiungendo una piccola quantità di miele già cristallizzato, con la finalità di ottenere rapidamente un prodotto a cristallizzazione fine. Può essere adottata per tutti i mieli in cui si osserva una tendenza spontanea a cristallizzare anche in maniera incompleta. La tecnica più semplice consiste nel miscelare il miele liquido (ancora naturalmente liquido o liquefatto) con miele completamente cristallizzato, a cristallo fine, nella proporzione di 9 a 1. La miscela deve essere fatta a una temperatura che permetta una agevole miscelazione, senza incorporazione di bolle d'aria e che, nello stesso tempo, non sia troppo elevata in modo da non sciogliere i cristalli immessi. In pratica si opera tra i 24 e i 28° C. Il miele viene quindi invasettato, eventualmente dopo una decantazione di alcune ore per eliminare le bolle d'aria incorporate. I vasi devono poi essere messi a temperatura di 14° C (o temperature il più vicino possibile a questo valore). Nel giro di pochi giorni la cristallizzazione si completa, fornendo miele a cristallizzazione fine, con una consistenza più o meno compatta a seconda del contenuto d'acqua. L'inconveniente maggiore di questo tipo di tecnica consiste nell'eccessiva compattezza che i mieli a bassa umidità assumono, dovuta alla formazione di cristalli trasversali, che danno al miele la struttura di un solido. Un ulteriore problema si sviluppa in concomitanza di questo tipo di struttura: la formazione di affioramenti biancastri, in superficie e in corrispondenza di bolle d'aria inglobate, dovuta all'evaporazione superficiale dell'acqua e all'essiccamento dei cristalli di glucosio, che appaiono così bianchi. Questo è un difetto puramente estetico, ma grave in quanto pregiudica l'accettabilità da parte del consumatore. Per evitare questo problema occorre adottare dei procedimenti che permettano di separare i cristalli uno dall'altro e dare così al miele completamente cristallizzato una consistenza cremosa.

 

            Una delle tecniche adottate per ottenere un prodotto cremoso consiste nell'operare in due fasi distinte. Nella prima fase si produce una cristallizzazione guidata nelle condizioni sopra descritte; il miele inseminato viene quindi lasciato cristallizzare in recipienti di grande capacità (25 - 300 kg) alla temperatura di 14 ° C. Al momento dell'invasettamento i fusti vengono portati in camera calda a temperatura di 28 - 30° C fino a parziale ammollamento del miele (senza fusione), che viene quindi passato in un omogeneizzatore, che separa i cristalli e quindi invasettato (Gonnet, 1985 e 1986). In alternativa anche il semplice passaggio nella camera calda e all'invasettatrice può dare risultati soddisfacenti, essendo sufficiente questo movimento del miele reso pastoso a separarne definitivamente i cristalli. Il punto critico della tecnica consiste nelle temperature di ammollamento e omogeneizzazione che devono sempre restare inferiori a quelle indicate per non produrre una fusione dei cristalli che renderebbe il processo del tutto inutile.

 

            Un'altra tecnica adottabile consiste nel mantenere in miscelazione il miele, dopo inseminazione, a temperature in cui la formazione dei cristalli sia possibile (attorno ai 20° C o inferiore). L'agitazione accelera moltissimo la formazione di cristalli e in 2 - 3 giorni la cristallizzazione si completa e il miele può essere invasettato, eventualmente rialzando la temperatura di qualche grado, per facilitare lo scorrimento. La difficoltà di questa tecnica risiede nell'agitazione di una massa di miele freddo e quindi molto viscoso, che oltre a richiedere una notevole forza meccanica, rischia di inglobare aria e quindi di produrre schiuma. Bisogna quindi operare con sistemi sufficientemente potenti, con eliche che restino completamente immerse nel miele e che ruotino a velocità limitata (pochi giri al minuto). Per piccole quantità, non superiori a 100 kg per volta, è possibile operare in maniera manuale, miscelando il miele una o due volte al giorno, con una lunga spatola di legno. Oltre alle vasche di miscelazione di costruzione standard (possono essere le stesse che si usano per scaldare il miele, con un sistema di circolazione di acqua fredda invece che calda) vengono usati nei grandi impianti sistemi chiusi di refrigerazione a lame raschianti, in cui la miscela di miele che si sta raffreddando viene raschiata dalla superficie fredda, rendendo il processo di cristallizzazione più efficiente e rapido.

 

            I mieli prodotti con questi sistemi hanno sempre una consistenza cremosa, più o meno scorrevole a seconda del contenuto d'acqua, molto gradita al consumatore. Il principale inconveniente consiste nella loro instabilità al caldo: conservati a temperature superiori ai 20° C per periodi prolungati i cristalli tendono a precipitare sul fondo, lasciando in superficie uno strato di liquido più o meno spesso (separazione di fasi). Questo inconveniente è particolarmente grave nei mieli con umidità maggiore.

 

            Un problema comune a tutti questi processi è la scelta del miele da utilizzarsi come seme, che deve essere a cristallizzazione fine. In alcuni casi viene consigliato di passarlo attraverso un trituratore (tritacarne) per ridurlo a consistenza pastosa e affinarne i cristalli. Può essere utile, nel caso non si disponga di miele da utilizzarsi come seme, procedere a una doppia (o tripla inseminazione). Si insemina cioé una piccola quantità di miele liquido con miele cremoso acquistato sul mercato o ottenuto macinando in un mortaio o in tritacarne miele con cristallo grosso. Dopo cristallizzazione (10 giorni a 14° C) si usa questo miele cristallizzato per inseminare la partita definitiva o per produrre una maggior quantità di semenza (1 kg di seme per 9 kg di miele liquido; con i 10 kg di miele ottenuto se ne inseminano 90 e così via). Per i produttori è possibile risolvere il problema della semenza innescando la cristallizzazione con i cristalli che iniziano a formarsi naturalmente, poco dopo la smelatura, nel miele stesso: l'estrema semplificazione della tecnica di cristallizzazione guidata consiste nel lasciar raffreddare il miele, nel maturatore, dopo decantazione e schiumatura, a una temperatura di poco inferiore a 20° e procedere quindi a una agitazione (con un'elica azionata da un motore, o anche con una pompa, o con una spatola, per piccole quantità), continuando (o ripetendo l'operazione, per i sistemi manuali) fino a che il prodotto non sarà pronto da invasettare (alcuni giorni).

 

            L'altro problema consiste nella manipolazione di miele relativamente freddo e quindi viscoso, che richiede un maggior dimensionamento della forza delle pompe, dei miscelatori, delle invasettatrici per evitare l'inglobamento d'aria. L'energia e le strutture necessarie all'ottenimento delle temperature fresche richieste per il trattamento e lo stoccaggio sono un altro problema limitante. Se i mieli da trattare hanno un contenuto di umidità che può permettere lo sviluppo di lieviti, ai processi di cristallizzazione guidata deve essere anteposta una pastorizzazione di conservazione (a 65° C per 5 - 10 minuti); in questo caso anche la semenza deve essere priva di lieviti.

 

            In pratica la scelta delle tecniche da adottare per la preparazione del miele cristallizzato deve essere fatta in base a molteplici considerazioni relative al mercato (reale e potenziale), alle possibilità tecniche e ai costi di realizzazione e alle caratteristiche dei mieli da trattare. Per esempio, per molti mieli delle zone montane, a base di castagno, con contenuto d'acqua medio del 18 %, in cui il problema principale è rappresentato da una cristallizzazione lenta, a cristalli grossi, spesso incompleta, a volte seguita da una separazione di fasi, un sistema di cristallizzazione guidata semplice, sembra essere il sistema più conveniente: si ottengono così prodotti a cristallizzazione fine, sufficientemente stabili e di giusta consistenza. Quando il problema abituale, sui prodotti spontanei, è invece l'eccessiva compattezza, che presentano inoltre gli affioramenti bianchi sopra descritti, bisogna optare per un sistema di produzione del miele cremoso, ricordando però che il prodotto che si presenta adeguatamente spalmabile e omogeneo alle temperature invernali, dovrà essere conservato in un magazzino fresco in estate.

 

7. Invasettamento

 

            Il miele, comunque trattato, viene quindi invasettato nelle confezioni definitive destinate al consumatore. Queste possono essere di varia foggia e capacità: il materiale di gran lunga più diffuso oggi in Italia è il vetro. Abbastanza comuni anche le confezioni in plastica, mentre il metallo rivestito di materiali adatti al contatto con alimenti (plastica o vernice vetrificata) e il cartone paraffinato sono oggi praticamente scomparsi. In ogni caso i recipienti utilizzati devono avere un sistema di chiusura ermetico, che isoli totalmente il miele dall'aria degli ambienti di magazzinaggio e i materiali utilizzati devono, ovviamente, essere idonei al contatto con gli alimenti. Il vaso di vetro con la capsula twist-off dà le migliori garanzie di tenuta, seguito dagli altri sistemi di chiusura e dai vasi di plastica in genere. I vasi in cartone paraffinato sono stati abbandonati quasi ovunque proprio perché scarsamente affidabili. Il miele si presta anche a essere confezionato in maniera specifica per usi particolari per esempio in vasi in ceramica per confezioni regalo, in tubetti di plastica, alluminio o accoppiato per l'uso all'aria aperta (sportivi, escursionisti), o per bambini (confezioni in plastica morbida a forma di animali). Sono attualmente abbastanza diffuse le monoporzioni: a parte i vasetti in vetro mignon (da 30 o 40 g), che si prestano anche al confezionamento manuale, gli altri tipi di monoporzioni (vaschette termoformate, bustine) richiedono attrezzature specifiche non alla portata di piccole aziende apistiche.

 

            Il sistema di dosaggio può essere manuale (con i rubinetti a taglio dei quali sono dotati comunemente i maturatori e una bilancia per il controllo del peso) o più o meno automatizzato. Anche in questa fase bisogna porre attenzione affinché il miele non inglobi aria, che potrebbe essere aspirata dalla dosatrice. Ovviamente non dovranno esserci tracce di prodotto sul bordo del vaso, che, oltre a pregiudicare la tenuta del vaso stesso, si trasformerebbero, a contatto con l'aria e con la capsula metallica, in antiestetici residui nerastri.

 

            Si deve verificare che i vasi utilizzati siano sufficientemente puliti e privi di polvere, provvedendo di conseguenza in caso contrario. Anche per le capsule occorre prestare la medesima attenzione. Inoltre bisogna ricordare che la sottile guarnizione delle capsule assorbe molto facilemente gli odori: non di rado capita di aprire un vaso di miele e sentire odore di detersivo, cosmetici, medicinali, oli essenziali o alimenti diversi, imputabili a uno stoccaggio delle capsule nuove vicino a questi materiali o al riciclaggio delle capsule stesse.

 

            La presentazione del prodotto finito deve tener conto, oltre che degli aspetti tecnici, dei quali ci siamo fino a qui occupati, e commerciali, di una serie di obblighi legali, relativi alla presentazione del prodotto (etichettatura), dei quali chi confeziona deve prendere conoscenza.

 

8. La conservazione

 

            A livello di conservazione il miele viene considerato un prodotto stabile: questo è vero in quanto non è attaccato dai normali microrganismi responsabili delle alterazioni degli alimenti (batteri e muffe). Può però essere soggetto alla fermentazione sostenuta dai lieviti osmofili, quando il suo contenuto d'acqua risulta superiore al 18 %. Le tecniche più in uso per prevenire la fermentazione si basano, come abbiamo già detto, sull'inattivazione dei lieviti con il calore (pastorizzazione) o sulla concentrazione del prodotto per evaporazione al di sotto del limite di fermentescibilità. In alternativa può essere utilizzata una conservazione a temperature fredde (5 ° C); questa tecnica, dati i costi energetici richiesti, non è molto utilizzata, ma è la soluzione ottimale in alcune situazioni particolari (per esempio per mieli pregiati in attesa di un'ulteriore trasformazione o lavorazione). Visto che comunque la fermentazione del miele si sviluppa con una certa lentezza, confrontata con le fermentazioni più note (pane e vino), l'apicoltore può considerare un sistema di prevenzione della fermentazione anche il rapido consumo del prodotto predisposto o la sua cessione a un utilizzatore industriale.

 

            Anche i mieli che non sono attaccabili dai lieviti osmofili sono però soggetti ad alterazioni progressive di origine chimica e enzimatica. Queste trasformazioni determinano un cambiamento delle caratteristiche organolettiche del prodotto (aumento del colore, perdita e trasformazione delle sostanze volatili responsabili dell'aroma, formazione di composti dal gusto amaro), una perdita di attività delle sostanze biologicamente attive (inattivazione degli enzimi), un sostanziale cambiamento della composizione zuccherina (aumento dei disaccaridi e di altri zuccheri complessi a spese degli zuccheri semplici) ed altre trasformazioni della composizione iniziale (aumento dell'acidità, formazione di idrossimetilfurfurale). Questi cambiamenti avvengono in tutti i mieli, ma a velocità diverse a seconda della loro composizione iniziale (un contenuto d'acqua maggiore e un pH più basso determinano una maggiore velocità di trasformazione) e delle temperature di stoccaggio (più elevate, più rapidi). Le stesse alterazioni hanno luogo in maniera ancora più rapida a seguito dei trattamenti termici applicati a fini tecnologici. Il miele anche molto degradato non diventa mai dannoso per la salute umana, ma è senza dubbio un prodotto di minor valore alimentare. La normativa europea pone dei limiti al grado di invecchiamento dei mieli per uso alimentare diretto, utilizzando come parametri di misura il contenuto di un enzima (diastasi o amilasi) che si perde con il tempo, e il contenuto di idrossimetilfurfurale (HMF), prodotto di degradazione del fruttosio che invece aumenta. Pur non potendo indicare in maniera precisa un limite unico di conservabilità del miele, a causa delle numerose variabili che si sovrappongono nel determinarlo, utili indicazioni potranno essere ricavate dalla tabella 3 in cui si evidenzia il rapporto tra temperatura (di stoccaggio o di trattamento) e uno dei parametri di invecchiamento (diastasi). Utilizzando i dati di questa tabella si può immaginare che un ipotetico miele con un contenuto di diastasi inziale di 16 unità non sarà più commercializzabile in Europa, dove il limite di composizione per questo parametro è di 8 unità minime, dopo 34 anni, se conservato a 10° C, dopo 4, se conservato a 20° C, ma dopo soli 18 mesi a 25° C, 7 mesi a 30° C, o 4 a 32° C. Da queste osservazioni risulta chiaro che la temperatura ideale di conservazione del miele per gli aspetti di conservazione è quella più bassa possibile. Considerati i normali tempi di smaltimento delle produzioni una temperatura dei magazzini di stoccaggio attorno ai 20° C e comunque inferiore a 25° C risulta sufficiente ad assicurare una durata soddisfacente. Nei climi caldi è quindi necessario che i magazzini siano sufficientemente coibentati (per esempio interrati) ed eventualmente condizionati alle temperature indicate. E' inoltre indispensabile assicurare che durante le fasi di produzione e trasporto il miele non si surriscaldi eccessivamente, evitando le lunghe permanenze all'aperto in pieno sole.

 

Tabella 3. Tempi di dimezzamento della diastasi a seconda delle temperature di conservazione o di trattamento (White et al., 1964)

 

Temperatura °C

 

Tempo di dimezzamento dell diastasi

10

12600 giorni (34.5 anni)

20

1480 giorni (4 anni)

25

540 giorni (18 mesi)

30

200 giorni (6.6 mesi)

32

126 giorni (4.2 mesi)

35

78 giorni (2.6 mesi)

40

31 giorni

50

5.38 giorni

60

1.05 giorni

63

16.2 ore

70

5.3 ore

71

4.5 ore

80

1.2 ore

 

            Considerando anche gli aspetti di presentazione del prodotto dobbiamo ricordare che per i mieli da presentarsi liquidi la cristallizzazione è inibita sotto ai 5° o sopra ai 25° C, mentre per i mieli in via di cristallizzazione o già pronti per il mercato le temperature di 14° - 20° C risultano le più idonee a una rapida cristallizzazione e a una conservazione stabile. Possiamo perciò indicare come temperature ideali per lo stoccaggio di mieli in attesa di lavorazione o già invasettati allo stato cristallizzato quelle di 14 - 20° C; per i mieli liquidi dopo l'invasettamento, la temperatura di frigorifero, 0 - 5° C, sarebbe la migliore o, come seconda alternativa e solo per periodi brevi, si può suggerire la conservazione a 25° C.

 

            Anche la luce solare provoca delle trasformazioni negative sul miele, soprattutto sull'enzima che è responsabile dell'attività antibiotica (glucoso ossidasi). L'esposizione al sole deve essere quindi limitata, soprattutto per l'effetto sull'aumento di temperatura che provoca anche sui recipienti non trasparenti. Un confezionamento in recipienti non trasparenti non è in genere necessaria e inoltre contrasterebbe con le necessità commerciali.

 

            Particolare importanza deve essere data alla protezione dall'umidità ambientale per mezzo di un adeguato confezionamento ermetico e mantenendo l'umidità dei magazzini di stoccaggio al di sotto del 60 % di umidità relativa. In caso contrario il miele può riumidificarsi fino a permettere lo sviluppo di lieviti osmofili e fermentare.

 

            Riguardo ai recipienti per lo stoccaggio all'ingrosso si può suggerire che devono, ovviamente, essere in materiali idonei al contatto con gli alimenti, generalmente in metallo rivestito con smalti o materiali plastici, non devono avere parti di metallo a contatto con il miele, non devono cedere odori e devono avere un sistema di apertura a tenuta che permetta il completo svuotamento anche dei mieli cristallizzati.

 

Bibliografia

 

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